Ieri sera sono andata ad ascoltare un prete. Appena scritta questa frase, sto già immaginando la faccia dei miei amici con l’espressione interrogativa. Da un bel po’, con la chiesa ho un rapporto particolare. Forse l’ho sempre avuto. Non ci vado tutte le domeniche ma solo quando ne sento il bisogno e a volte non condivido il comportamento di chi la frequenta assiduamente, nemmeno se sta sopra l’altare. Sono invece attratta dai luoghi della fede come i santuari e ho stima di chi non si limita a predicare il Vangelo ma cerca di metterlo in pratica.

Don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, fa parte della Chiesa che mi piace e, durante questo incontro, ne ho avuto un’ulteriore conferma. Mettere in pratica il Vangelo significa lavare i piedi sporchi dei detenuti il Giovedì Santo, perché “a lavare i piedi puliti sono buoni tutti”. Significa accogliere, andare oltre il crimine e vedere soltanto una persona, anche quando non è così facile. Significa dare una possibilità di salvezza dove il popolo dice “Crocifiggilo”.

Si può mettere in pratica il Vangelo pur non appartenendo al clero, come Simone, un imprenditore che ha aperto la porta della sua azienda ai detenuti per ridare un po’ di dignità a chi l’ha perduta, perché “il lavoro è dignità”. Lo si può fare nella vita di tutti i giorni fermandosi a riflettere un secondo prima di giudicare una persona. Se poi in questo attimo di meditazione abbiamo anche il tempo di chiederci qual è il perché della nostra esistenza, magari scopriremo che “fare del bene, fa bene a noi”.

Grazie Don Marco

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