
Ieri sono stata alla Book Week di Trebaseleghe (PD). L’occasione? La presentazione del libro Co digo, digo! dell’influencer veneta Carlotta Berti. Un evento al quale ho deciso di partecipare quando per puro caso ho visto la pubblicità su Il Mattino di Padova qualche settimana fa. Avevo comprato da poco il libro e inoltre il moderatore era Nicola Cesaro, un giornalista che ho conosciuto quando mi occupavo di ufficio stampa. Avevo, per cui, un duplice motivo per partecipare.
È stata un’ora piacevole trascorsa tra aneddoti, dialetto veneziano e un viaggio tra le calli di Venezia.
Come avete ormai imparato, Telescopio Post vuole raccontare il mondo con i miei occhi e il mio cuore. Non troverete mai recensioni o articoli dettagliati sugli eventi. Li lascio alle altre testate. Il mio blog vi propone le sensazioni che ho assaporato e che hanno risvegliato qualcosa in me. Lo è stato anche questa volta.
Il dialetto, nel mio caso quello dell’Alta Padovana, si è sempre parlato in casa. Sono stati vani gli sforzi di mia mamma per farmi parlare in italiano nei primi anni di vita. La lingua veneta era ovunque. Mio papà, poi, ne era così amante tanto da portarmi alle commedie in lingua veneta e da non parlare quasi mai italiano.
Al giorno d’oggi nella mia regione sono pochi i giovani che parlano dialetto e sta quindi pian piano scomparendo. Io stessa con Amelia parlo in italiano. Trovo però che sia giusto fare in mondo che, se non a livello parlato, venga almeno fatto conoscere alle nuove generazioni. Purtroppo c’è chi in politica ha fatto di questo concetto la propria propaganda ma la cultura non dovrebbe avere partito.
A tal proposito spesso si pensa che parlare in dialetto, soprattutto quello veneto, sia sinonimo di poca cultura e ci sono dialetti più “accettati” dai media e altri meno. Ma saperlo usare nel giusto ambito è sinonimo di cultura e inclusione. Quando incontro una persona che mi parla in dialetto faccio fatica a rispondere in italiano perché mi sembra quasi di far vedere all’altra persona che sta sbagliando. Invece credo che ogni persona debba sentirsi a proprio agio quando deve comunicare con qualcuno.
Come ho raccontato ieri a Carlotta, quando facevo ufficio stampa e dovevo chiamare testate di altre regioni dall’altra parte del telefono mi rispondevano: “Ah sì, ostregheta”. Un modo simpatico per sottolineare la mia perfetta dizione veneta. Cosa che mi metteva in imbarazzo e mi faceva sentire inadeguata. Scena che, comunque, aveva del surreale perché magari dall’altra parte c’era un interlocutore che parlava napoletano stretto.
Ringrazio quindi Carlotta e altr* influencer venet* perché danno un po’ di dignità al nostro dialetto.
Voglio anche rigirare la dedica che Carlotta mi ha fatto nel libro “Ostrega che bea che ti xe, cussi come ti xe” (Caspita che bella che sei, così come sei) a lei. Perché sprigiona forza, vitalità, semplicità, simpatia e bellezza. Proprio bella così com’è.
Grassie e bona letura!
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